Uno specchio deformante

Il regista Todd Phillips, noto per pellicole che fanno ridere, ha di recente realizzato un film che non vuol far ridere ma ha un protagonista che ride e anche tanto.

Joker è un film che racconta la genesi del nemico per antonomasia di Batman. Genesi che come in passato ho fatto notare, sarebbe risultata inevitabilmente debole per un personaggio che trova la sua forza narrativa nell’approssimazione delle sue origini e dei suoi intenti. Eppure l’esperimento a quanto pare riesce. La critica al festival nazionale del cinema di Venezia lo premia con il Leone d’oro per il miglior film e il pubblico resta come illuminato da un personaggio con il quale empatizza e si immedesima totalmente, con la frase ricorrente “potrei essere io”.

Dopo una abbastanza attenta visione del film viene da chiedersi cosa sia il disagio sociale oggi? Come lo percepiamo? Lo percepiamo e abbiamo una nostra idea o è necessario che qualcuno ci influenzi in merito e definisca per noi tutti gli elementi necessari?

A differenza dei protagonisti di film come Taxi Driver, Un giorno di ordinaria follia o Quel Pomeriggio di un giorno da cani – affiancati da molti alla pellicola di Phillips – Joker è una macchietta che sfrutta ogni pretesto per l’autocommiserazione. L’elemento scatenante dei molti episodi di violenza nei suoi confronti – questa risata patologica – è un escamotage davvero da poco e riduce il personaggio ad una bidimensionalità avvilente.

La Gotham che vediamo è la sozza New York degli anni 70-80 popolata però da un universo di caratteristi che a tratti fanno quasi sorridere per i loro limiti non umani. L’obiettivo è fin dall’inizio giustificarlo, passare il concetto per cui quando le persone ti voltano le spalle la soluzione giusta e condivisibile sia spegnere il cervello e far saltare quello degli altri. In un film come Funny Games di Michael Haneke, seppur racconti un episodio circoscritto anziché un percorso di formazione, la violenza ed il disagio mentali vengono raccontati freddamente, senza ammiccamenti verso il cattivo di turno. Anzi il regista fino alla fine spinge affinché non ci sia salvezza per le vittime ed i carnefici.

L’aspirante clown di questo film è come in una certa televisione e cinema da tanti anni a questa parte vittima di quel restyling che ribalta pregi e difetti di un personaggio, tramutando un emerito stronzo egoista e/o egocentrico in un vincente emerito stronzo egoista e/o egocentrico. Così la storia giustifica i mezzi del vincitore rendendo difficile poter fare una critica sociale sulla quale valga la pena soffermarsi per un attimo.

Forse il più grosso errore di questo Joker è cercare di piacere, di far pena, di far dire “potrei essere io”, anziché parlare sul serio, mostrando l’intero spettro di cose buone e da dimenticare di una società complicata come la nostra. Indugia su di un male insormontabile all’interno dell’economia del film, per cui non possiamo che compatirlo e ne approfitta ampiamente per piangersi addosso e fare tutte quelle cose eclatanti che vogliamo vedergli fare. In questo modo il film si conclude con la più triste e sbagliata delle considerazioni:

“E’ stato vittima delle circostanze.”

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