Tornando a Twin Peaks

Twin Peaks usciva nel 1990-91, un’epoca nella quale la serie tv esprimeva la sua natura in sit-com, telenovelas e serie ad episodi autoconclusivi con filoconduttore il o i protagonisti. Tipo Walker Texas Ranger per intenderci.

Si presentò agli spettatori con una struttura ed un intreccio pari a quelli che David Lynch ci ha abituato a trovare nella sua produzione cinematografica.

Lynch è un regista decisamente fuori dagli schemi, che ama spesso indugiare sulle sue “fisse”, la sua firma. Il suo è un cinema mai di genere, in continuo cambiamento eppure funambolicamente in equilibrio.

La quiete e l’ordinario possono repentinamente sfociare nel macabro e distorto per poi spostarsi ancora e arrivare fino al comico e grottesco. La scelta degli attori poi, come capitato ad altri grandi registi, non si è appoggiata mai ai grandi nomi del momento – magari solo per il cachet? – e anzi ha tra i suoi attori feticcio alcuni nomi diversamente ignoti come Kyle McLachlan, presente in Dune, Velluto Blu e Fuoco cammina con me oltre che nella serie Twin Peaks. Anche questa scelta agevola la filmografia di Lynch nell’essere qualcosa di più. Un universo a sé stante che non può essere messo a confronto con altro cinema o altra tv.

E’ Lynch.

Nelle prime due stagioni di Twin Peaks seguiamo le investigazioni dell’agente dell’FBI Dale Cooper in merito alla morte di Laura Palmer.

La cittadina Twin Peaks si presenta inizialmente come un placido luogo tra i monti al confine del Canada, dove tutti si conoscono e vive brava gente. Questa prima impressione viene confermata dalle reazioni dei cittadini alla notizia della morte della giovane ed angelica Laura.

Come accade nel film Velluto Blu però il protagonista – e noi spettatori – intraprende un viaggio partendo da un contesto edulcorato che si fa con il procedere delle indagini sempre più macabro e grottesco. Si svelano connessioni tra personaggi inaspettate e per motivi via via sempre più drammatici.

L’intreccio narrativo è infatti “impegnativo” come è più facile trovare all’interno di una produzione cinematografica. Non assistiamo mai a pause atte a fare il punto della situazione per gli spettatori meno attenti, come invece accade nel 90% delle serie tv. Twin Peaks fino all’ultimo introduce nuovi elementi, ne ripesca altri e ci gioca continuando a cambiargli forma. Non prende lo spettatore per mano accompagnandolo lungo un percorso in certa misura prevedibile ma invece lo spiazza, lo tormenta di domande e spesso non da modo di avere risposte certe.

Emblematico per quanto detto il fatto che nel 2017 la prestigiosa rivista di cinema francese Cahiers du Cinéma abbia definito nella sua classifica annuale Twin Peaks il film più bello dell’anno, accendendo ancora una volta la discussione sui limiti di demarcazione tra cinema e televisione.

Pur con i suoi 18 episodi da 50 minuti circa la terza stagione di Twin Peaks è davvero un dei migliori film dello scorso anno. La serie contiene tutti i voli pindarici strutturali e narrativi cari al regista, l’intreccio seppur ovviamente dilatato mantiene elementi che avrebbe avuto in due ore di prodotto senza compromessi. Ad ulteriore riprova di quanto appena detto vi rimando all’episodio 8. Un qualcosa che si avvicina più all’arte che un prodotto commerciale.

La televisione ha già visto un buon numero di anni e cambiamenti. Da un certo punto di vista la tv, come concepita fino a 10-15 anni fa è sostanzialmente morta. Grazie a compagnie che oggi investono totalmente in serie tv in primis e dopo anche nel film, oggi la qualità dei prodotti è aumentata – parallelamente alla quantità, c’è anche un sacco di spazzatura – eppure il prodotto televisivo viene ancora snobbato dal sacro cinema. Patrimonio di una elite di illuminati che guarda serie tv in segreto.

Come a dire che la televisione sta al cinema come le seghe sui porno stanno al sesso reale.

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