First Man, un eroe americano visto in chiave anti-americana.

“Il primo uomo” per chi non vuol saperne di imparare l’inglese è l’ultimo film di Damien Chazelle, ancora una volta in coppia con l’amato Ryan Goslin dopo il successo di La La Land.

Il film narra la storia di Neil Armstrong, celebre eroe americano che per primo mise piede sul suolo lunare, e gli anni precedenti alla missione dell’Apollo 11.

Sempre più spesso nel cinema di genere o per quelle pellicole che narrano la storia di un personaggio per lo più noto come “eroe positivo”, emblema di una serie di valori che definiscono talvolta un’intera nazione, capita di assistere ad uno stravolgimento delle “regole” di narrazione. Come se andassimo a dare una sbirciatina oltre un velo di ipocrisia. Osservando il privato delle persone. Quello che resta in famiglia.

In First Man scopriamo l’uomo dietro al mito di Neil Armstrong. Un uomo afflitto da una perdita e che ha difficoltà nell’esprimere – nella sua grande intelligenza – quello che prova, in famiglia come sul lavoro. Talvolta spinto quasi da un istinto autodistruttivo a provare e riprovare testardamente nuovi test di resistenza fisica e di utilizzo di mezzi per i viaggi spaziali a venire.

Incapace di empatizzare con la moglie che costantemente teme la perdita del marito o con quello che sembra esser più di tutti un amico. Il ritratto che viene fatto dell’astronauta non è per nulla lusinghiero al punto che in alcune scene strappa una risata per quanto fuori dal mondo venga mostrato.

Poi c’è il contesto sociale. Il film ci mostra un America che anela al cambiamento e che in tutti quegli anni di spese esorbitanti e morti atroci alla Nasa prima del famoso Apollo 11, punta il dito verso l’azienda aerospaziale chiedendosi se non vi siano questioni più urgenti per la nazione e per il mondo intero. 

Mentre scoppiano i movimenti di protesta contro la guerra in Vietnam e il mondo cerca una nuova identità l’universo della famiglia di Armstrong – in particolare quello della moglie Claire – è quello dell’America bene. Quasi immoto in una fragile parvenza di felicità. Ville con giardino, buon vicinato e barbecue con bambini che corrono felici. 

Ovviamente anche questo stereotipo si infrange a più riprese poiché la vita di Armstrong e compagni è a dir poco rischiosa e le mogli accettano malvolentieri questa condizione di impotenza, impegnate un giorno sì e uno no a presenziare al funerale di un collega del marito. 

Sul fronte della narrazione nelle scene nello spazio vediamo un concentrarsi su quello che è il rapporto tra l’Uomo e l’ambiente ostile Spazio più che sulla spettacolarizzazione fine a se stessa. Come già visto in titoli come Gravity o Interstellar si punta su un maggior realismo rispetto a quelle che sono le condizioni di vita nello spazio, mostrando di conseguenza la fragilità emotiva e fisica dell’uomo in un contesto claustrofobico e ansiogeno.

Anche in queste scene Armstrong viene mostrato distante – o semplicemente estremamente sicuro al limite della cocciuta arroganza – senza mai però andare a danneggiare ed infangare la memoria storica di questo evento.

First Man riesce ad essere un film anti-americano senza ripudiare i valori americani. I suoi intenti sono quelli di mostrare i “difetti” degli uomini e donne dietro le loro grandi azioni, ricordandoci che anche se la storia la scrivono i vincitori non è proprio tutta rosa e fiori.

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